mercoledì 4 febbraio 2026

Il Manifesto di una Dittatura Planetaria: La Strategia di Sicurezza Nazionale di Trump - Parti 9 + 10

Proseguiamo l'esame in dieci puntate della Strategia di Sicurezza Nazionale americana, conservando le ripartizioni originarie del documento ufficiale. I titoli numerati in parentesi quadre sono quelli attribuiti alle nostre puntate, tutti gli altri sono nell'originale.


[9. Europa e Russia, Medio Oriente, Africa: uno strano incoerente balbettio]


C. Promuovere la grandezza europea


Il resto del documento è diviso in tre brevi sezioni intitolate rispettivamente all’Europa, al Medio Oriente e, in coda, all’Africa.

La cosa forse più notevole è la mancanza di una sezione sulla Russia, di cui si parla quasi di sfuggita a proposito di Europa, non certo perché la si consideri parte dell’Europa, come ci avevano insegnato a scuola, ma perché la si considera un problema dell’Europa. Poiché però di Russia si parla nel parallelo documento della National Defense Strategy, ci rifacciamo anche a quest’ultimo per esaminare il discorso americano su Russia ed Europa insieme.

E’ nella Defense Strategy che si esplicita il principio centrale, ossia la constatazione che “Mosca non è in condizione di ambire all’egemonia sull’Europa. La Nato europea giganteggia rispetto alla Russia per dimensione economica, popolazione e, di conseguenza, per potenziale militare latente”.

Questa lapidaria affermazione fa piazza pulita in un sol colpo di tutte le fantasie che ci sono state narrate sulla minaccia russa e sui cosacchi nel porto di Lisbona, tanto più che è seguita da una grafica che confronta il Pil della Nato non-Usa, stimato a 26 trilioni di dollari, con quello della Russia, di 2 trilioni appena, nei dintorni di quello italiano.

Si dovrebbe concludere che la minaccia russa è essenzialmente immaginaria. Invece lo stesso documento ammonisce più oltre che “l’Europa deve assumersi la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale [leggi: non nucleare]” come necessaria risposta alle “minacce alla propria sicurezza”, cosa che va fatta “col sostegno cruciale, ma più limitato, degli Stati Uniti.” Formula quest’ultima ricorrente, evidentemente per dire che gli Stati Uniti terranno in mano i cruciali sistemi militari di command and control e gli alleati saranno ai loro ordini.

Essenziale è dunque che l’Europa si attenga agli impegni presi all’Aia di spendere il 5% del Pil per la difesa. E si precisa testualmente (prendano ben nota certi “sovranisti”): “chiariremo ai nostri alleati europei che i loro sforzi e le loro risorse vanno concentrati soprattutto in Europa”, dunque contro la Russia. Perché mai sia così urgente impiegare 1300 milioni di dollari all’anno contro un paese che ha un Pil di appena 2000, non si sa.

Ancor più enigmatica appare questa urgenza alla luce del ragionamento sviluppato nel documento presidenziale, la National Security Strategy, secondo il quale i problemi dell’Europa non derivano affatto da minacce esterne, ma dalle scelte dei suoi governi e dell’Unione, che adottano politiche iper-regolatorie o filo-migranti, “che minacciano le libertà politiche e la sovranità”, che addirittura “censurano la libertà di parola e sopprimono le opposizioni politiche”, causando la “perdita delle identità nazionali”. Ragion per cui gli Stati Uniti, alla faccia della non ingerenza, devono “coltivare all’interno delle nazioni europee la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa”.

Ma al di là delle boutades, emerge un disegno preciso: l’America deve sostenere “il carattere individuale e la storia delle nazioni europee”, dunque “i partiti europei patriottici”, ossia i più ottusi nazionalismi. Perché l’America non vuole un’Europa unita e concorde, che (come si legge già nelle prime Security Strategies post-Guerra Fredda) potrebbe diventare un pericoloso concorrente. E soprattutto non vuole una difesa comune europea, che non è mai menzionata in questi documenti.

L’Europa non si deve unire, si deve riarmare disunita contro la Russia. Anche se questo sembrerebbe in aperto conflitto con il proposito di dispiegare “un grosso impegno diplomatico degli Stati Uniti” per “mitigare il rischio di conflitto fra Russia e stati europei”, in quanto “è cruciale interesse degli Stati Uniti negoziare una sollecita cessazione delle ostilità in Ucraina”, onde evitare “l’escalation o l’espansione della guerra”.

Anche perché, si proclama addirittura, “c’è una vasta maggioranza europea che vuole la pace, ma questo desiderio non si traduce in scelte politiche”. E perché? Non per la prescrizione americana di riarmarsi e “mettersi in prima fila nel sostegno alla difesa ucraina”, come dice l’altro documento di Hegseth, ma soprattutto per via della “sovversione dei processi democratici messa in atto da quei governi”. Punto esclamativo!

Arrivato a questo punto di questa enigmatica sezione, il lettore si sente alle prese con uno strano, incoerente balbettio, a tratti apertamente menzognero, tanto più che in conclusione si sente dire che bisogna sì “mettere fine [...] all’espansione della Nato”, ma allo stesso tempo, chissà perché, armare le “vigorose nazioni” (healthy nations) dell’Europa Centrale, Orientale e Meridionale.

A ben guardare, tuttavia, l’impressione di incoerenza è forse dovuta al fatto che la verità che sta dietro alla narrazione non è confessabile. Ossia che la Russia non rappresenta più una minaccia per nessuno, né per gli Stati Uniti, che sono comunque decisi a corroborare la loro forza nucleare, né per l’Europa, che è immensamente più potente. Gli unici rischi per gli americani sono quelli già paventati nei primi documenti strategici del dopo Guerra Fredda: che l’Europa si unisca militarmente e diventi un concorrente temibile; e soprattutto che si unisca alla Russia, formando un blocco pericolosissimo per chi aspira al dominio sul mondo.

In questa luce, tutto si spiega: gli europei devono essere nazionalisti, si devono armare separatamente, devono essere ostili alla Russia in modo da indebolire entrambi e sollevare gli Stati Uniti dall’onere di proteggere gli “alleati”: ma, poiché una vera guerra d’Europa farebbe tremare le borse, gli Stati Uniti, da bravi padroni del mondo, devono fare da pacieri e “mitigare il rischio di conflitto”. Che diceva Virgilio? Paci imponere mores.


D. Il Medio Oriente: trasferire gli oneri, costruire la pace


Il Medio Oriente, secondo la National Security Strategy, è stato per decenni al centro delle preoccupazioni di politica estera americana per tre ragioni: era la principale fonte di energia al mondo, era teatro della competizione fra superpotenze, ed era lacerato da conflitti che rischiavano di tracimare per tutto il resto del mondo.

Oggi interessa molto meno: sia perché l’America è tornata ad essere autosufficiente per energia, sia perché la competizione fra superpotenze ha ceduto il passo ad una situazione di preminenza complessiva americana, sia perché i conflitti si sono largamente acquietati con gli accordi di Abramo, con gli interventi israeliani seguiti al 7 ottobre 2023, e con l’operazione statunitense Midnight Hammer contro l’Iran, un avversario da tenere a bada, ma considerato ormai poco temibile.

In sostanza, l’America è incline a distrarsi dal Medio Oriente non perché non le interessi e sia disposta a lasciare ad altri l’egemonia nell’area, ma, al contrario, perché ritiene consolidata la propria. Soprattutto, apprendiamo dal documento di Hegseth, grazie ad Israele, un “alleato modello”, che è in grado di difendersi “col sostegno cruciale ma limitato” degli Stati Uniti, ossia sotto il loro controllo. Cosa che, sia detto per inciso, costituisce un’implicita ammissione delle dirette responsabilità americane nello sterminio di Gaza, già peraltro sotto gli occhi di chiunque.

Non viene comunque sottaciuto il ruolo degli stati del Golfo e di altri paesi della regione, che ormai sono pronti ad allinearsi e dei quali bisogna rispettare le tradizioni politiche, senza pretendere di imporre riforme dall’esterno. All’America basta che siano aperti il Mar Rosso e lo stretto di Ormuz, che non si affermino egemonie ostili, che Israele sia al sicuro e che si consolidi un ambiente in cui promuovere i suoi interessi.


E. Africa

Le poche righe sull’Africa che chiudono il testo sono il degno coronamento di un documento che non fa certo onore all’America. Servono a dire che, se in passato gli Stati Uniti si sono impegnati nell’assistenza allo sviluppo e nella promozione dell’“ideologia liberale”, adesso devono smetterla di fare i campioni di giustizia e generosità e pensare soltanto (oltre che a tenere d’occhio il terrorismo) a fare affari con “stati affidabili e decisi ad aprire i loro mercati ai beni ed ai servizi americani”, con tutto ciò che questo sottintende.

Basterà riportare testualmente le tre righe che, senza traccia di imbarazzo o di vergogna, sono poste in evidenza a chiusura di tutto il discorso: “Col sostegno statunitense, lo sviluppo di tecnologie dell’energia nucleare, del gas di petrolio liquido e del gas naturale liquefatto può generare profitti per le imprese statunitensi ed aiutarci nella competizione per i minerali critici e altre risorse”. Benefici per l’Africa? Non importa parlarne.


10. Il peso di questa vergogna


Che conclusioni dobbiamo trarre?

Prima di tutto, ripetiamolo, che sarebbe assolutamente fuorviante interpretare tutto questo, come troppi hanno fatto, come un ripiegamento sull’emisfero americano con contestuale rinuncia al controllo sul resto del pianeta. Non andiamo incontro ad una pacifica ripartizione di sfere d’influenza in una nuova “età degli imperi”.

Abbiamo visto che gli Stati Uniti intendono difendere con le unghie e coi denti la loro posizione di predominio per tutto il pianeta. Il “corollario Trump” alla dottrina Monroe non implica affatto una ritirata: è soltanto una componente del complessivo disegno planetario, che si propone una rafforzamento del dominio americano sull’emisfero occidentale inteso soprattutto ad escluderne le attività economiche cinesi, oltre ovviamente a qualsiasi penetrazione militare estranea.

Abbiamo semmai un disegno che discende evidentemente dalla malaugurata dottrina sullo “scontro di civiltà” propugnata da Samuel Huntington dopo la fine della guerra fredda, forse dimenticata in Europa, ma non certo in America. Delle nove civiltà immaginate da Huntington, tre erano indicate come potenziali avversari: quella islamica, quella “ortodossa” (la Russia), quella cinese.

Sono esattamente questi gli “avversari” che emergono nei documenti della strategia trumpiana. Dalla National Defense Strategy si ricava un’indicazione molto chiara sull’impostazione del versante militare del confronto con questi avversari. Gli Stati Uniti riservano a se stessi il controllo dell’Emisfero Occidentale e quello dell’Indo-Pacifico, ossia il confronto con la Cina, mentre il resto è delegato alle forza alleate (naturalmente col “sostegno cruciale, ma più limitato” delle forze americane): all’Europa il contrasto alla Russia, a Israele il controllo sul Medio Oriente, alla Corea del Sud il confronto “convenzionale” con la Corea del Nord, mentre è scontato che il nucleare rimane responsabilità americana.

A chi fantasticava di un ripiego americano, dovrebbe bastare una frase: “le alleanze dell’America formano un perimetro difensivo attorno all’Eurasia […] una rete di gran lunga più ricca di tutti i nostri potenziali avversari messi insieme”. Russia e Cina sono strette in un assedio permanente, ma si chiama “perimetro difensivo”. Sostenere che dobbiamo difenderci da Russia o Cina che ci minacciano, quando siamo noi che li stiamo assediando è per lo meno ardito: ma questa è la neolingua che si addice all’infantile bellicosità americana da cui eravamo partiti.

Questo per quanto riguarda il versante militare: il quale però è solo uno degli apparati di portata planetaria su cui contano gli Stati Uniti. Ce ne sono almeno altri tre non meno poderosi. Innanzitutto l’ultimo arrivato, il colossale sistema informatico di produzione e trasmissione dei dati attraverso il quale si possono condizionare (e spiare) istituzioni e infrastrutture per il mondo intero; poi il grande apparato dei mercati finanziari, qui apertamente rivendicato come formidabile strumento di potere; e infine il più anziano, qui sottaciuto, il sistema mondiale dei media sui quali l’influenza americana, occulta o meno, incombe dai tempi della guerra fredda.

Ce n’è quanto basta per poter aspirare a tenere in pugno il pianeta.

Soprattutto se si decide, come si è deciso, di scrollarsi di dosso l’ingombrante edificio del diritto internazionale a cui, dopo l’ultima guerra mondiale, tutti i governi del mondo avevano convenuto di affidarsi per bandire la guerra dalla storia e scongiurare il sopruso dei più forti.

Ma adesso si proclama peace through strength: che non è che un altro limpido esempio di orwelliana neolingua per alludere alla legge babbuina del più forte, dalla quale la specie umana ha osato tentare di affrancarsi fin dagli albori della sua vicenda terrestre. L’America, sta scritto, vuole guidare il mondo con la “deterrenza”, ovvero mettendo paura.

Dicesi dittatura una situazione politica in cui un soggetto pretende di imporre le sue decisioni ad una collettività dalla quale non è stato scelto e che non è in grado di rimuoverlo se fa cattivo uso del potere, un soggetto che per mantenere il suo predominio può fare affidamento su un ventaglio di mezzi, dalla manipolazione del consenso, all’illusione finanziaria, alla sorveglianza occulta, alla predoneria mascherata, ma in ultima istanza si affida soprattutto alla minaccia dell’uso della forza per imporre il suo potere.

Se quella collettività è data dagli stati e dalle nazioni del mondo, quel soggetto è gli Stati Uniti d’America: e i documenti che abbiamo discusso sono il progetto, fortunatamente incompiuto, di edificare quella dittatura. Attenzione: non si commetta il grave sbaglio di attribuire tutto questo ad quell’oggetto misterioso che si usa chiamare “capitalismo”. Sarebbe davvero triste doversi rassegnare ad attendere la fine di quest’ultimo per vedere il tramonto dei propositi di tirannide che abbiamo sotto gli occhi. Qui non c’entra il capitalismo, non c’entra l’economia di mercato. C’entra soltanto quella fame di potere che dalla notte dei tempi incombe su ogni forma di convivenza umana e che ha generato tutte le tirannidi, tutte le autocrazie, gli assolutismi, le dittature.

Con una straordinaria aggravante: che ben pochi dittatori hanno osato proclamare apertamente l’intento di esercitare il potere nel proprio esclusivo interesse. Questo invece fanno, in questi due spaventosi documenti, gli Stati Uniti di Donald Trump. Dev’essere per questo che una delle parole più ricorrenti è unapologetically, “senza chiedere scusa”. Un’espressione che tradisce la consapevolezza che ci sarebbe da chiedere perdono, perché c’è da vergognarsi.

L’America non si merita Donald Trump, è un paese capace di grande intelligenza e grande cuore. Proprio mentre scrivevamo queste pagine, la città di Minneapolis si ribellava al sopruso del potere scatenato dai bruti di ICE per le sue strade e Bruce Springsteen componeva un capolavoro come Streets of Minneapolis. Non è stato e non sarà l’unico canto. L’America si vergognerà di Donald Trump.

Non c’è bisogno di essere profeti per fidare che la Dittatura Planetaria americana non cadrà sotto il fuoco dei nemici immaginari paventati con l’inganno in queste pagine. E’ più facile che cada sotto il suono di quei canti, sotto il peso di questa vergogna.


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