mercoledì 4 febbraio 2026

Il Manifesto di una Dittatura Planetaria: La Strategia di Sicurezza Nazionale di Trump - Parti 7 + 8

Proseguiamo l'esame in dieci puntate della Strategia di Sicurezza Nazionale americana, conservando le ripartizioni originarie del documento ufficiale. I titoli numerati in parentesi quadre sono quelli attribuiti alle nostre puntate, tutti gli altri sono nell'originale.


[7. Signoria sull’emisfero americano]


3. Le regioni.

Passiamo con questo all’ultima, corposa sezione del documento, che prende in esame una per una le diverse regioni del globo, premettendo tuttavia che non tutte meritano uguale attenzione perché non tutte incidono ugualmente sugli interessi americani. Così, per esempio, “attività terroristiche in un’area altrimenti poco rilevante possono imporsi alla nostra attenzione. Ma sarebbe erroneo pretendere per questo un’attenzione sostenuta verso le periferie.” Infatti all’Africa è riservata solo l’ultima striminzita paginetta, mentre il resto della sezione è dedicata alle quattro aree di interesse core. Non senza proclamare, ad ogni buon conto, che gli Stati Uniti sono “la nazione più generosa della storia”.

A. Emisfero Occidentale: il corollario Trump alla dottrina Monroe

Quando fu enunciata nel dicembre 1823, la dottrina Monroe si presentò come un manifesto anticolonialista che ammoniva le potenze europee a non tentare di riconquistare le colonie rivoluzionarie liberate o di crearne di nuove. Con il cosiddetto “corollario Roosevelt” (Theodor) del 1904 si compiva la mutazione imperiale della dottrina, proclamando che gli Stati Uniti si ritenevano legittimati ad intervenire militarmente in tutto l’emisfero in caso di necessità.

Il “corollario Trump”, che si aggiunge in questa sede, è così formulato: “Negheremo ai concorrenti estranei all’Emisfero la possibilità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali, nel nostro emisfero.” Poiché resta naturalmente riservata agli Stati Uniti la potestà di determinare quali risorse siano “strategiche” e quali capacità “minacciose”, questo può voler dire che se a loro non piace, gli spagnoli non potranno insediare una catena di alberghi in Sud America, i cinesi costruire un porto in Perù, gli italiani una diga in Uruguay e, naturalmente, i bielorussi estrarre petrolio in Venezuela. In pratica: in tutto l’emisfero i padroni siamo noi e non si permettano i cinesi di venire a fare affari al posto nostro.

Per realizzare questi propositi si annunciano due strategie: enlist, arruolare, ed expand, allargarsi.

Dobbiamo, si dice, “arruolare” fra i nostri amici attuali dei “campioni regionali”, che guidino la loro area al nostro seguito, rafforzando la nostra “diplomazia commerciale”, ma anche la nostra presenza militare. E non ci si chieda di non interferire, anzi dichiariamo apertamente: “Premieremo e incoraggeremo i governi, i partiti politici e i movimenti della regione che condividono ampiamente i nostri principi e la nostra strategia.”

Dobbiamo poi allargarci ad altri paesi “scoraggiando (con vari mezzi) la loro collaborazione con altri.” Dobbiamo, per essere chiari, “ridurre l'influenza esterna avversaria, dal controllo di installazioni militari, porti e infrastrutture chiave, all'acquisto di risorse strategiche in senso lato”, il tutto “utilizzando la leva finanziaria e tecnologica degli Stati Uniti per indurre i paesi a rifiutare tale assistenza.” Per esempio, si intuisce, minacciando di scatenare la speculazione finanziaria contro la loro moneta o di paralizzarli con manipolazioni digitali.

Il resto del paragrafo si diffonde su molti dettagli della furiosa interferenza economico-politica per tutto il continente, spiegando per esempio, in barba alle pretese neoliberiste di divieto agli aiuti statali, che “proteggere efficacemente il nostro emisfero richiede anche una più stretta collaborazione tra il governo degli Stati Uniti e il settore privato americano,” che bisogna “prevedere contratti di esclusiva a favore delle nostre imprese”, e “fare ogni sforzo per estromettere le aziende straniere che costruiscono infrastrutture”, indicando in dettaglio gli organi, dipartimenti e agenzie del governo che se ne devono incaricare.

E nessuna paura di interferire apertamente: “Gli Stati Uniti devono inoltre contrastare e invertire misure come tassazione mirata, regolamentazione iniqua ed espropriazioni che svantaggino le imprese statunitensi.” Ciliegina sulla torta, si dichiara che occorre “rafforzare le reti di comunicazione informatica esistenti e future che sfruttino appieno il potenziale di crittografia e sicurezza americano”, come se nessuno si accorgesse che con questo si assoggetta tutto il continente allo spionaggio dei servizi statunitensi.


[8. Indo-Pacifico: patetiche prove di forza]


B. Asia: Vincere il futuro economico, prevenire il conflitto militare

Guidare da una posizione di forza

Di tono inevitabilmente diverso il capitolo Asia, che parte dalla constatazione che l’Indo-Pacifico produce già quasi la metà del Pil globale, e ancor più ne produrrà in futuro, dunque, nella solita logica belligerante, sarà “un cruciale campo di battaglia (battleground) economico e geopolitico per il secolo a venire”, nel quale “dobbiamo competere in modo vincente”.

Mentre il governo e i media cinesi non perdono occasione da decenni per insistere che la cooperazione è preferibile alla competizione e che loro non vogliono essere avversari di nessuno, gli Stati Uniti, da paese ragazzino quali sono, non riescono a immaginare altro che la propria voglia di gareggiare che, come disse una volta Andreotti, non può proprio fare a meno di un nemico.

Economia: le vere poste in gioco

In campo economico, si tratta dunque di “riequilibrare i rapporti economici con la Cina” allo scopo di “mantenere la nostra posizione di prima economia del mondo” (the world’s leading economy). Non importa se quest’ultimo proposito è assolutamente chimerico, dato che, secondo le migliori stime (per es. dell’Osservatorio CPI della Cattolica di Milano), il Pil cinese ha già superato abbondantemente quello statunitense (a parità di potere d’acquisto, ca. 40 trilioni di dollari contro circa 30), in un paese che ha il quadruplo di popolazione e continua a crescere a ritmi ben più alti. Non importa, l’“informazione” circolante da noi continua a ripeterci, in barba ad ogni evidenza, che quella americana è la prima economia del mondo e quella cinese la seconda.

In barba ad ogni evidenza, il governo americano finge di credere o vuole far credere, di poter “salvaguardare il nostro primato nell’economia mondiale (our prime position in the world economy)”, e non si fa scrupolo di produrre a questo scopo ragionamenti che appaiono francamente patetici, come: “se l’America rimane su un cammino di crescita – e lo possiamo sostenere mantenendo rapporti economici reciprocamente vantaggiosi con Pechino – dovremmo passare dalla nostra attuale economia di 30 trilioni di dollari nel 2025 a 40 trilioni negli anni 2030”, quando i cinesi saranno almeno a 50.

Ed è patetico, e molto inquietante, che questa amministrazione non si renda conto che, se si vogliono salvaguardare questi indispensabili rapporti “reciprocamente vantaggiosi” sarebbe meglio evitare discorsi infantilmente minacciosi come quello che invoca: “un robusto e sostenuto focus sulla deterrenza, per prevenire la guerra nell’Indo-Pacifico. Questo approccio combinato [economico e militare] può generare un circolo virtuoso in cui la forte deterrenza americana apra spazi ad un’attività economica più disciplinata, mentre la più disciplinata attività economica genera maggiori risorse americane per sostenere la deterrenza nel lungo termine”.

Un altro passaggio cruciale, che vuol dire in altri termini: noi vogliamo mantenere la nostra minaccia militare (“deterrenza”) sulla porta di casa della Cina, in modo da costringerla, mettendole paura, ad un’attività economica “più disciplinata”, cioè più succube ai nostri interessi, di modo che questa sudditanza ci arricchisca ulteriormente, consentendoci di minacciare l’“avversario” per un futuro indefinito.

In pratica, si deduce, facciamo poco affidamento sui pacifici propositi elencati più sotto in campo economico, come quelli di:

- mettere fine ai sussidi e alle strategie industriali a guida statale (come quelle che noi ci proponiamo in Sud America)

- mettere fine alla propaganda, alle operazioni di influenza e di “sovversione culturale” (come quelle in cui si specializzano i nostri servizi)

- convincere i nostri alleati e paesi come l’India a comprare da noi anziché dalla Cina, perché altrimenti ci impoveriamo (“il nostro deficit di partite correnti è insostenibile”) e la Cina va costretta ad affidarsi ai consumi interni invece di esportare in giro per mezzo mondo al posto nostro

- convincere gli stessi ad adottare la “superiore tecnologia americana di Intelligenza Artificiale” (che in realtà si sta dimostrando inferiore a quella cinese, ma è un prezioso strumento di spionaggio)

- aiutare i paesi a basso reddito a sviluppare propri mercati di capitali legati al dollaro in modo da “assicurare il futuro del dollaro come valuta di riserva mondiale”, cioè indurre i poveri ad aiutare noi poveri ricchi a perpetuare il nostro ingiustificabile privilegio

Prevenire le minacce con la deterrenza

Su questi pacifici propositi, a quanto pare, non c’è da fare grande affidamento, dunque meglio contare sempre sul braccio militare: peace through strength, pace attraverso la forza, come proclama la National Defense Strategy di Hegseth.

Pertanto nella regione si tratta di “ricostituire un equilibrio militare favorevole agli Stati Uniti”, un esercizio di orwelliana neolingua per dire che ci serve squilibrio: naturalmente pretendendo che gli alleati, specie Giappone, Corea del Sud e Australia, spendano e facciano di più.

Naturalmente è prioritario “scoraggiare con la deterrenza un conflitto per Taiwan”, non certo per difendere la democrazia, non tanto per proteggere i semiconduttori che produce, quanto perché sta a guardia della cruciale Prima Catena Insulare (First Island Chain), la catena di isole che sin dagli Anni Quaranta di McArthur fu deputata dagli Stati Uniti ad assediare la terraferma cinese, catena che va dalle isole Curili a nord del Giappone fino al Borneo, passando per il Giappone, Okinawa, Taiwan e le Filippine.

Per questo “costruiremo una forza militare capace di impedire l’aggressione ovunque lungo la First Island Chain”, forza che nella National Defense Strategy di Hegseth è definita “a strong denial defense”, una forte “difesa” di negazione: perché se gli Stati Uniti schierano alle porte della Cina un immenso apparato di portaerei, sottomarini e basi insulari a migliaia di miglia di distanza dalle proprie coste per “negare” il libero transito ai cinesi, questo è un atto di “difesa”, mentre se i cinesi volessero uscire dalla gabbia, sarebbe un’“aggressione” da impedire.

Dobbiamo concludere che anche nell’Indo-Pacifico gli Stati Uniti intendono imporre con la forza il loro dominio, esigere “attività più disciplinate”, pretendere ossequio ai loro interessi? Di certo così sta scritto, l’intento di sicuro c’è. Il problema è che qui hanno forse trovato qualcuno che ha più capacità, più popolazione, più potenzialità, e magari anche più intelligenza di loro.

Dunque hanno forse capito che qui c’è da andare più cauti. Infatti dal documento di National Defense Strategy di Hegseth ricaviamo almeno una buona notizia: che il Department of War avvierà “un più ampio ventaglio di comunicazioni da-militari-a-militari con l’Esercito di Liberazione del Popolo, nell’intento di favorire la stabilità strategica con Pechino” e lade-escalation.”

Non è poco, se i militari si parlano. Si è capito che la guerra alla Cina sarebbe un grosso azzardo. Il presidente Trump, spiega il documento, vuole rapporti pacifici e rispettosi. Non vuole nessun cambio di regime. Ma è deciso a “negoziare da una posizione di forza”. Dunque se ci schiera armati fino ai denti a ridosso della loro costa, non è per dominare la Cina, per “strangolarla” o “umiliarla”. Si cerca solo “una pace ragionevole (decent), a condizioni favorevoli agli americani, ma che anche la Cina possa accettare e tollerare (live under)”.

In pratica, non si può ammettere che forse la pace sarebbe più decent se si facesse a meno di minacciare, di abbaiare alle porte di casa e di pretendere di imporre le proprie condizioni. La triste verità è che l’America pretende di comandare anche nell’Indo-Pacifico, e non in nome della libertà o della democrazia, ma solo dei propri sacri interessi. Dunque ci vuole peace through strength, la pace attraverso la forza. Paci imponere mores.

Questa è la Dittatura Planetaria.


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