venerdì 15 aprile 2011

Guerra di Libia: quella pace improbabile, quelle libere elezioni innominabili, quella falsa comunità internazionale.

A quasi un mese dall’intervento armato, la guerra di Libia si è ormai eclissata dalle prime pagine proprio mentre i suoi sviluppi assumono aspetti sempre più inquietanti e decisivi per il futuro del Mediterraneo e dell’intero mondo arabo e musulmano.
Quando, lunedì 11 aprile, il Consiglio Nazionale di Transizione di Bengasi ha seccamente respinto il piano di pace in cinque punti proposto dall’Unione Africana e accettato da Gheddafi, si sono vanificate, forse defintivamernte, le speranze non solo di una soluzione pacifica, ma di un esito equo e autenticamente democratico di questo conflitto.
Gli insorti hanno posto come condizione preliminare a qualsiasi negoziato l’uscita di scena di Gheddafi. Una simile richiesta si basa naturalmente sull’assunto che questa sia la volontà del popolo libico: ma chi può ragionevolmente sostenere di conoscere la volontà del “popolo libico” quando da quasi due mesi è in corso un’esplosione di violenza che impedisce a chiunque di accertarla?
Che Gheddafi sia stato un despota è fuori di dubbio. Che moltissimi libici vogliano liberarsene, non solo in Cirenaica o a Misurata, ma nella stessa Tripoli, è altrettanto certo. Ma è evidente che ve ne sono altri che invece lo sostengono, non solo in Tripolitania, ma nella stessa Bengasi.  
Oggi come oggi, nessuno può pretendere di sapere da che parte stia la maggioranza. C’è un solo modo per stabilirlo: elezioni libere, regolari e generali alle quali tutte le parti in causa, Gheddafi compreso, possano partecipare con uguali opportunità di successo.
E’ chiaro che questo obiettivo non è facile da raggiungere. Ma rifiutandosi di perseguirlo attraverso il negoziato e pretendendo di anticiparne il risultato, gli insorti di Bengasi consegnano il destino della Libia alla forza delle armi piuttosto che alle ragioni della democrazia. E così facendo imprimono un sapore caricaturale all’appellativo di “pro-democracy fighters” con cui Al Jazeera continua a designarli.
Se il Consiglio di Transizione può permettersi di respingere in modo così categorico quello che si prospettava come un percorso praticabile, conforme alla risoluzione ONU, in direzione di una soluzione pacifica, questo è per una sola ragione: la posizione presa dalle potenze belligeranti occidentali quando hanno indicato nella rimozione di Gheddafi il proprio obiettivo politico. E’ stata una decisione opportuna e ragionevole?
E’ opportuno e ragionevole, è compatibile con gli ideali di democrazia e di libertà, che dei poteri esterni, per di più diretti eredi delle potenze coloniali che imposero con la forza in quelle regioni il loro dominio, pretendano di decidere il destino politico di un popolo senza conoscere la sua volontà?
E’ più che possibile che questa volontà non sia favorevole a Gheddafi. Ma la cosa è tutt’altro che certa. Se le ragioni dei suoi avversari sono senza dubbio molto solide, non possiamo ignorare che anche chi sostiene il despota può avere le sue ragioni.
Può darsi, per esempio, che questo despota abbia avuto una certa misura di consenso proprio per il fatto che, a differenza di Mubarak, Ben Ali o dei tanti monarchi cosidetti “moderati”, non è mai stato un fantoccio dell’Occidente. Può darsi che abbia avuto un certo consenso perché la sua politica economica e petrolifera aveva fatto della Libia il paese africano a più alto reddito pro-capite. Può darsi che abbia avuto un certo consenso perché non amava l’estremismo islamico. E può darsi, soprattutto, che quel consenso sia oggi rinvigorito in molti dal risentimento per l’interferenza occidentale.
Può darsi che quel consenso, quale che ne sia la misura, sia destinato ad evaporare non appena venga meno la paura che Gheddafi ha seminato a piene mani. Ma tutte queste sono ipotesi. Se gli insorti sono tanto certi di avere dalla loro la maggioranza, a maggior ragione non dovrebbero sottrarsi all’unica verifica possibile delle loro granitiche certezze: elezioni libere, regolari e generali.
Per ottenere questo risultato non è indispensabile che Gheddafi se ne vada. E’ indispensabile che accetti quei controlli internazionali che sono necessari a garantire che né lui né altri siano in grado di condizionare i risultati del processo elettorale. Se ci si rifiuta di aprire negoziati diretti a questo fine, si dimostra solo di non essere amici né della pace né della democrazia.
Piuttosto che decidere arbitrariamente chi rappresenta il popolo libico, una comunità internazionale che creda davvero nella democrazia e nella pace dovrebbe proporsi questo unico scopo. Dovrebbe pretendere che gli insorti perseguano il cessate il fuoco e il negoziato politico, anziché la vittoria militare.
Ma evidentemente noi non abbiamo una comunità internazionale che creda davvero nella democrazia. Si autodefinisce invece “comunità internazionale”, in barba a qualsiasi evidenza, un manipolo di potenze militari che apertamente proclamano di perseguire i propri interessi con la forza e che credono di potersi permettere di ignorare completamente le dissociazioni e le critiche ripetutamente espresse da paesi come il Brasile, l’India, la Cina, la Russia e adesso anche dal Sud Africa. Il quale, dopo aver votato la risoluzione 1973, si è ormai unito alle critiche degli altri paesi BRICS in seguito all’incontro dei cinque avvenuto a Sanya in Cina giovedì 14 aprile.
Il comunicato congiunto seguito a questo vertice afferma, in riferimento alla Libia, che “l’uso della forza è da evitare”, che “l’indipendenza, la sovranità, l’unità e l’integrità territoriale di ogni nazione vanno rispettate” e che “tutte le parti dovrebbe risolvere i loro contrasti con mezzi pacifici e con un dialogo in cui le Nazioni Unite e le organizzazioni regionali dovrebbero svolgere, come è appropriato, il proprio ruolo”.
E’ inquietante che i media occidentali abbiano prestato così poca attenzione a questo incontro, che non si è svolto a livello di cancellerie, ma ha visto la partecipazione del primo ministro indiano Manmohan Singh e dei presidenti Hu Jin Tao, Dilma Rousseff, Jacob Zuma e Dimitri Medvedev (sì, Medvedev, non il bieco Putin).
Ma le potenze belligeranti, dopo essersi bellamente infischiate dell’indipendenza e della sovranità della Libia, proclamando che Gheddafi deve andarsene al vertice di Doha del 13 aprile, hanno reiterato l’affermazione al vertice NATO di Berlino il giorno dopo, e, ignorando del tutto quel recentissimo appello alla ragionevolezza, hanno discusso invece, peraltro senza trovare un chiaro accordo, le modalità con cui sostenere l’insurrezione armata.
Non è detto che alla fine la ragione non prevalga. Ma ci sono già troppi segni che le potenze occidentali siano pronte a ripetere la stessa grottesca parodia del sogno democratico che è andata in scena in Afghanistan e in Iraq: dove delle elezioni da ridere, interamente condizionate e controllate da forze di occupazione intente a seminare discordia e divisioni, hanno messo in sella governi fantoccio sottomessi ferreamente alla volontà dello straniero.
La democrazia è un’impresa ardua e improbabile: non per nulla ci sono voluti oltre cinquanta secoli dal sorgere dello stato e della civiltà urbana perché essa divenisse un proposito concreto e praticabile nel mondo.
Per chi crede che l’impresa non sia effimera, è triste e doloroso constatare che quei poteri che se ne proclamano paladini sono pronti con tanta leggerezza a calpestare di fatto i suoi principi. Il destino che toccherà alla Libia non è il destino di un popolo soltanto: ha a che fare col destino di noi tutti.

Vedi anche:





3 commenti:

  1. Stefano Pellò25 aprile 2011 15:56

    È imbarazzante osservare la reazione a ciò che sta accadendo in Siria e confrontarla con la crociata di Libia. Imbarazzante, ahimè.

    RispondiElimina
  2. imbarazzante davvero, ma per te, visto che è stata usata la stessa strategia, IDENTICA
    Pochi giorni di proteste pacifiche,rappresaglia armata di gruppi armati ,accuse di "spari sui civili" e "cannonate sulla folla", approvazione della risoluzione Onu, bombardamenti a tappeto, invio di armi e mercenari, la solita lagna ipocrita di Obama ,Clinton, Sarkozy ,Cameron, Frattini(anzi no lui ipocrita no, è solo idiota),
    solo che per la SIRIA ,la RUSSIA, e mi pare anche la CINA, ha usato quel benedetto VETO per fermare la risoluzione che avrebbe spianato l'intervento imperialista mascherato da protezione dei civili

    http://www.eurasia-rivista.org/il-piano-di-destabilizzazione-della-siria/9861/

    Toh, qua è spiegato tutto da un giornalista, che adesso è rinchiuso in un hotel di Tripoli con altri giornalistiche non possono uscire o si beccano una pallottola n testa dai cecchini ribelli tagliagola

    RispondiElimina
  3. E un piano ben preparato a tavolino da questi paesi imperialisti!

    Il figlio maggiore di ghedaffi a giugno aveva proposto - per uscire dalla "crisi" - che si svolgessero libere elezioni con la supervisione internazionale nella sua convinzione che suo padre avesse il consenso della maggioranza popolare!

    E' da domandarsi come mai non è stata accolta tale proposta ed anzi la Francia pare abbia minacciato di lasciar soli gli insorti e pretendendo che ogni trattativa passasse attraverso il proprio governo!

    RispondiElimina