lunedì 2 febbraio 2026

Il Manifesto di una Dittatura Planetaria: La Strategia di Sicurezza Nazionale di Trump e la Strategia di Difesa Nazionale di Hegseth - Parti 1 + 2

 

1. Un progetto altamente inquietante


Proprio nei giorni in cui l’attenzione dell’America e del mondo era concentrata sui misfatti di Minneapolis, il Dipartimento della Guerra statunitense pubblicava quasi in sordina il suo documento di “Strategia di Difesa Nazionale”.

Questa National Defense Strategy non va confusa con la più significativa National Security Strategy già pubblicata nel novembre 2025, che è invece un documento d’indirizzo presidenziale, rispetto al quale il nuovo testo del Pentagono, autografato dal “ministro della guerra” Pete Hegseth, costituisce una sorta di appendice specializzata che lo completa e lo integra, richiamandolo più volte direttamente.

L’occasione è utile per tornare ad esaminare il documento presidenziale anche alla luce di questi nuovi elementi disponibili, soprattutto perché la “Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America” uscita nel novembre scorso non aveva ricevuto l’attenzione che merita. 


Derubricata da alcuni a prodotto semi-ufficiale, non vincolante e di scarso valore informativo, mal interpretata da molti che forse non la avevano guardata bene, non è stata per lo più riconosciuta per quello che è: un testo fondativo della politica estera trumpiana, in cui erano fra l’altro apertamente prefigurati gli straordinari atti di arroganza a cui abbiamo assistito da allora, dal Venezuela, a Gaza, alla Groenlandia. E a cui assisteremo, c’è da temere, nel prossimo futuro.

Così i più non si sono resi conto che la National Security Strategy non era uno dei consueti esercizi di retorica, ma la dettagliata descrizione di un preciso progetto coltivato dall’America di questa amministrazione nei confronti del resto del mondo. Un progetto che presenta tutti i caratteri di ciò che tecnicamente si può chiamare una dittatura sull’intero pianeta. Vedremo qui perché non è esagerato definire questo testo il Manifesto di una Dittatura Planetaria.

Molti, al contrario, lo hanno accolto semplicemente come il manifesto di una rinnovata “dottrina Monroe”: gli Stati Uniti intenderebbero riaffermare il proprio dominio sull’emisfero occidentale, escludendo da questo ogni altra potenza, ma riconoscendo in cambio le sfere d’interesse altrui senza pretendere di sopraffarle. Si è parlato con sussiego di una nuova “età degli imperi”. Sarebbe il progetto della spartizione del pianeta in un sistema di sfere d’influenza delle grandi potenze, con le quali gli Stati Uniti sarebbero pronti a convivere senza schiacciarle.

Ma, ahimé, non è affatto questo il disegno. Non vedremo gli Stati Uniti ritirare le loro portaerei dal Mediterraneo, i sottomarini dal Mar della Cina, i bombardieri da Okinawa e da Diego Garcia. Al contrario, si prospetta un riarmo generale, spalmato su tutti i continenti. Il progetto è altamente inquietante, ed è per questo che vale la pena di esaminarlo con attenzione. Lo faremo in una serie di brevi puntate, cominciando, in questa prima, dalla letterina introduttiva a firma di Trump che fa da premessa alla narrazione.

La lettera agli americani

Fin dalle prime righe della premessa presidenziale è definito l’obiettivo dell’amministrazione Trump. Essa ha agito “con urgenza” allo scopo di “ripristinare la forza americana in patria e all'estero”.

Sintomatico esordio: non ha agito per ripristinare giustizia, benessere, serenità, ma per ripristinare “la forza americana”, non solo in patria, ma anche nel resto del mondo. Naturalmente allo scopo di “portare pace e stabilità nel nostro mondo”. Proprio come dicevano gli antichi romani mentre riducevano il loro mondo in servitù.

Prendiamo nota: la pace e la stabilità del mondo non verranno dal concerto delle nazioni, dal rispetto reciproco, dalla cooperazione internazionale, verranno dalla “forza americana”. Per questo, aggiunge subito Trump, bisogna armarsi sempre di più e per questo si è ottenuto “dai paesi della Nato uno storico impegno ad aumentare le spese per la difesa dal 2% al 5% del Pil”.

E’ così che “l’America è di nuovo forte e rispettata e proprio per questo stiamo portando la pace in tutto il mondo”. Se ne potrebbe dedurre che l’America è decisa a mettere il bene del mondo al di sopra di ogni cosa. E invece no, non è così: si precisa subito che “in tutto quello che facciamo, mettiamo l’America al primo posto”.

Questo breve passo la dice tutta. Sembra che il signor Trump non si renda conto dell’effetto che deve fare al resto del mondo sentirsi dire che l’America, senza che nessuno l’abbia incaricata, intende sistemare le cose in tutto il pianeta, come dimostrerebbero le mitiche otto guerre “risolte”: ma intende farlo mettendo se stessa al primo posto.

Qualche sprovveduto sentenziatore, sentendo dire “America first”, ci aveva spiegato che voleva dire il ritorno al fantomatico “isolazionismo”, che ci si sarebbe occupati prima e soprattutto dei problemi degli americani, distraendosi dal resto del mondo.

Non avevano capito bene, e adesso Trump ce lo spiega meglio: “Questo documento è una tabella di marcia per garantire che l’America rimanga la nazione più grande e di maggior successo nella storia dell’umanità”. L’importante è che l’America sia più ricca, più grande, più potente di tutti gli altri.

Al di là del delirio di Trump, qui abbiamo un presidente che si rivolge agli americani, e si sa che l’America è un paese bambino, che come tutti i maschietti troppo vivaci, non si preoccupa tanto di star bene, quanto di stare davanti agli altri.


[2. La colpa più grave fu non essere tanto cattivi]


Da qui in avanti, seguiamo passo passo il documento ufficiale, conservando le sue ripartizioni originarie coi rispettivi titoli. Solo i titoli in parentesi quadre sono quelli aggiunti per ciascuna puntata.

I. Introduzione – Cos’è la strategia americana?

1. Come si è smarrita la “strategia” americana?

Per chi avesse ancora dei dubbi, sono proprio le primissime parole del documento a ribadire nel modo più esplicito la finalità di questa “strategia di sicurezza nazionale”: si tratta di “garantire che l’America rimanga nei decenni a venire il paese più forte, più ricco, più potente, e di maggior successo del mondo”. Si badi bene: del mondo, non dell’emisfero occidentale. E qui si parte subito da una grossa bugia, perché, come vedremo meglio più avanti, ormai gli Stati Uniti non sono più la prima potenza economica del pianeta, essendo stati ampiamente superati dalla Cina. Ma per il momento su questo sorvoliamo.

Poiché una strategia deve illustrare il rapporto fra le sue finalità e i mezzi per realizzarle, essa deve selezionare le priorità. “Non tutti i paesi, regioni, problemi o cause (per quanto nobili) possono essere oggetto della strategia americana: lo scopo della politica estera è la tutela degli interessi nazionali fondamentali (core); questa è l’unica preoccupazione di questa strategia”.

In altri termini, l’America non deve curarsi di risolvere problemi altrui, come la fame o la miseria, o difendere nobili cause come la diffusione della democrazia o la tutela dei diritti umani, deve badare solo ai propri interessi. In pratica, questo non vuol dire affatto che non deve interferire negli affari altrui: vuol dire solo che non deve preoccuparsi di giustificare le sue interferenze con nobili cause e alti principi, basta invocare i propri interessi, che devono stare al di sopra di tutto.

In questa chiave segue una rapida critica delle precedenti strategie americane dalla fine delle guerra fredda, che vengono criticate innanzitutto perché “le élite della politica estera americana si erano convinte che il dominio permanente degli Stati Uniti sul mondo intero fosse interesse del nostro Paese. Invece, gli affari degli altri Paesi ci riguardano solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi”.

E’ probabilmente questa frase che ha indotto in errore molti volenterosi filo-americani dagli occhi foderati di mortadella: perché sembra fatta apposta per far credere che gli Stati Uniti non dovevano e non devono pretendere di dominare il mondo intero, anche se questo mal si concilierebbe con il dichiarato proposito di restare il paese più potente del mondo. Infatti subito dopo si dice l’esatto contrario: cioè che se qualunque paese, in qualunque parte del mondo, dovesse osare attività contrarie ai nostri interessi, l’affare ci riguarda e ben possiamo intervenire. Dunque se per esempio il Venezuela o l’Iran o il Bhutan pensassero di vendere petrolio alla Russia, noi abbiamo tutto il diritto di intervenire, e, per carità, che nessuno confonda tutto ciò con il proposito di dominare il mondo intero.

Così quelle élites pre-Trumpiane furono colpevoli di sopravvalutare “la disponibilità dell'America ad accollarsi oneri globali che il popolo americano non riteneva legati all'interesse nazionale”. Quali oneri? “Hanno sopravvalutato la capacità dell'America di finanziare, contemporaneamente, un imponente stato assistenziale, regolatorio e amministrativo, insieme a un imponente apparato militare, diplomatico, di intelligence e di cooperazione internazionale allo sviluppo”. In pratica non potevano pretendere di mantenere il Welfare State se allo stesso tempo c’era da mantenere tutto quell’apparato. E posto che è fuori discussione sacrificare il militare, la diplomazia e l’intelligence, dovevano fare come farà Trump: strozzare lo stato sociale e definanziare tutte le forme di cooperazione allo sviluppo, dunque, per esempio, sopprimere da un giorno all’altro l’agenzia USAID.

Ma non basta. Quelle élites furono colpevoli anche, udite udite, di sostenere il libero scambio, e addirittura di credere davvero che i loro sudditi fossero “alleati”, rinunciando dunque a costringerli ad accollarsi l’intera spesa degli assurdi apparati di guerra che, come vedremo, solo l’infantile bellicosità americana rendeva e rende necessari.

Ma la loro colpa più grave, a quanto pare, fu quella di aver “legato la politica americana a una rete di istituzioni internazionali, alcune delle quali guidate da un aperto antiamericanismo e molte da un transnazionalismo che cerca esplicitamente di dissolvere la sovranità dei singoli stati.” Abbiamo qui il primo cenno a quell’attacco frontale all’intero edificio del diritto internazionale e delle sue istituzioni che è forse il maggiore pilastro su cui si fonda, per dirla con le parole di Olivier Turquet, il vero e proprio tentativo di “colpo di stato planetario” di cui stiamo parlando: un atto di aperta sovversione sul quale si ritornerà più avanti ancor più esplicitamente.


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